Meridiano zero - 3 Laura Grimaldi e Giancarlo De Cataldo parlano di Derek Raymond

 
 

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MERIDIANOZERO 3/2011

 LE NOVITA' IN LIBRERIA

(recensioni Stanze nascoste)


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Stanze nascoste di Derek Raymond - euro 16
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Derek Raymond, uno dei piu' grandi scrittori di noir di tutti i tempi, nasce tra le lusinghe e i privilegi delle classi alte. Ma ben presto abbandona le comodita' per abbracciare un'esistenza fatta di malavita, fatica e alcol, attraverso l'Europa, tra i quartieri malfamati, le prigioni, e le terre fertili dei contadini, senza mai un soldo in tasca...
La sua autobiografia e' una grandissima lezione di scrittura, perche' il noir era il suo modo di tenere la vita nel palmo della mano.
Leggete qui sotto le recensioni di laura Grimaldi e Giancarlo De Cataldo

 LE RECENSIONI


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Stanze nascoste di Derek Raymond - Euro 16,00
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Repubblica, 9.2.10

I ghetti, il crimine, la scrittura: in "Stanze nascoste" c'e' la sua storia e la sua visione del mondo. "Studio la follia e la disperazione degli uomini e delle donne."
"Il noir nasce quando il genere umano e' spinto alla follia in un bar o nell'oscurita', descrive uomini e donne che la sorte ha spinto troppo in la', la cui vita si e' contorta e deformata (...) Il noir esiste per far vedere agli uomini cos'e' la vera disperazione: le piccole, buie stanze dell'esistenza dove ogni uscita e' sbarrata". Derek Raymond annota questa riflessione una notte di settembre del 1989. Ha cinquantotto anni, e gli ultimi due li ha trascorsi scrivendo e riscrivendo ossessivamente "Il mio nome era Dora Suarez", il capolavoro destinato a traghettare l'ormai maturo vagabondo, lo zingaro dai mille mestieri, l'anarchico irriducibile, verso il successo e la fama. Raymond ne e' consapevole. Sa di aver raggiunto la vetta. E intuisce che, da qui in avanti, non potra' che iniziare la vertiginosa caduta. Nel suo buen retiro di Le Puech, a un tiro di schioppo da Montpellier, nel cuore dell'amata Francia, fra sbronze omeriche e tormentate relazioni sentimentali, si dedica alla stesura della sua autobiografia. La chiama "Stanze nascoste": quelle dove si rifugia la parte piu' profonda di ognuno (Meridiano Zero). Lui prova a raccontarle, ma con un'avvertenza: nemmeno io so esattamente cosa c'e' dentro.
Raymond (vero nome Robin Cook) nasce da famiglia di borghesi arricchiti. Affidato da una madre assente, eppure cosi' amata, a uno stuolo di strafottenti fantesche, quando lo scoppio della Seconda guerra mondiale costringe la famiglia a un'inedita promiscuita' sociale, scopre la miseria dei ghetti, il dolore, la meschinita' dei poveri. Ne e' turbato, ma anche affascinato. Rompe con il suo ambiente, gretto e conservatore: un altro ghetto, ma per ricchi. Destinato a Eton, molla tutto e fa perdere le sue tracce. Ha scelto definitivamente la Strada, la Madre di tutte le narrazioni possibili. Si arruola nell'esercito, gira l'Europa, conosce trafficanti e assassini, ama una puttana a Valencia, un'ubriacona nel Sussex e una poetessa esistenzialista a Chelsea. Le racconta, quarant'anni dopo, con l'ardore dell'amante e la saggezza olimpica di chi ha rinunciato a sputare sentenze. Nel frattempo alterna prove di scrittura a occupazioni precarie. A un certo punto diventa delinquente in prima persona: ramo falsi e frodi immobiliari (questo, se non altro, e' cio' che ci racconta).
L'esperienza del Male lo avvicina al noir. E' una folgorazione. "Non avrei mai creato personaggi tormentati o malvagi nei miei libri se non avessi dovuto io stesso lottare contro il male". Scrivere diventa una terapia individuale: "sarebbe bastato un giro di vite e sarei potuto diventare un killer anch'io". Scrivere noir e' pero', nello stesso tempo, una necessita' sociale. "Leggete i miei libri, parlano di cosa fanno gli individui ai propri simili", ammonisce. Ma non esiste devianza individuale che non sia la spia di una piu' complessa patologia sociale. Da qui la necessita' del noir: finche' il male esistera', bisognera' conoscerlo e descriverlo. Per combatterlo. Alla faccia dei "boriosi": lui chiama cosi' quei borghesi letterati e falsamente moralisti che nascondono il male sotto il tappeto buono. Il noir si incarica di sollevare questo tappeto: inutile nasconderlo, il male, perche' e' dentro di noi. Raymond lottera' contro costoro, a modo suo, sino alla morte, che lo coglie a poco piu' di sessant'anni: per troppo alcol, troppo amore, troppa vita, e, certo, troppo noir.
"Stanze nascoste", piu' che un'autobiografia ragionata, e' un testo complesso, a tratti caotico, nel quale si alternano squarci di vita vissuta, il ricordo struggente di amori perduti, l'evocazione degli autori amati (su tutti il sommo Shakespeare), il tentativo di fissare una sorta di "legge etica" del noir. Alla fine della lettura, emozionante, resta senza risposta una domanda: chi era veramente Derek Raymond? Non lo sapremo mai. Ogni volta che uno scrittore parla di se', inevitabilmente mente. E tanto piu' si proclama onesto, tanto piu' sottile e' la menzogna. Ma e' questo che ci affascina, dopo tutto, in quelli che, per scelta, raccontano storie.
Insieme ad altri scrittori italiani, incontrai Raymond al Mystfest di Cattolica. Un tizio piccolo, malvestito, perennemente ubriaco. In Francia era un autore di culto, a noi sembrava un bohe'mien un po' barbone e un po' schizzato. Comprendeva e parlava l'italiano, perche' in Italia ci aveva vissuto, e qualche piccolo affaruccio criminale l'aveva impiantato anche da noi, ma faceva finta di niente. Non avevamo letto una riga dei suoi scritti, ma era piacevole starlo a sentire mentre bofonchiava aforismi buttando giu', uno dopo l'altro, gli sgroppini che facevamo a gara ad offrirgli. Qualcuno dubitava persino che fosse davvero uno scrittore, e non, per dire, un amabile vagabondo capitato li' per caso. Un giorno, gentile e vagamente distaccato, offri' una rosa a tutte le donne, signore e signorine, che incontrava. Poi, all'improvviso, scomparve. Era andato a rintanarsi, e questa volta per sempre, nelle sue stanze nascoste. Se lo cercate, e' ancora li'. Con tutta la forza magnetica della sua scrittura unica e la sensualita' della sua vita ambigua e disperata.

Giancarlo De Cataldo

il Sole 24 ore, 6.2.11

Il giallista aristocratico e anarchico
Derek Raymond era nato da famiglia nobile, educato a Eton, ma scelse la letteratura per contestare famiglia e societa'. Robin Cook (il suo vero nome) e' stato un vero maestro noir

Ci fu un tempo, molti anni fa, in cui qualche intellettuale si divertiva a sostenere che il primo giallo della storia fosse la Bibbia (per via di Caino e Abele) oppure che il genere fosse scaturito dalla fondazione di Roma (per via di Romolo e Remo). Robert William Arthur Cook, autore inglese di nove romanzi e figura quanto meno singolare nel panorama della letteratura europea, sosteneva invece che il migliore sceneggiatore di noir mai esistito fosse William Shakespeare. La sua tesi, a mio parere, e' certo la piu' convincente (intrecci, intrighi, morti e dark ladies del Bardo ce lo ricordano).
Ora di Cook esce l'autobiografia, "Stanze nascoste", edita, come le altre sue opere, dall'editore padovano Meridiano Zero. Esce, ovviamente, con il nome che Robin - cosi' l'ho sempre chiamato e cosi' e' sempre stato nelle nostre conversazioni questo "sciagurato" amico - aveva trovato per i suoi romanzi e con il quale e' diventato celebre: Derek Raymond.
Lo scrittore nasce nel 1931 da una famiglia inglese assai facoltosa e risiede in un castello del Kent fino all'adolescenza, conduce vita da irregolare. Dopo gli amici di famiglia, ricchi incartapecoriti dentro i loro rigidi dettami formali, si mischia con triviali truffatori da pochi soldi, loschi falsari e signore molto poco raccomandabili. Vagabonda fra Europa e Africa, fa da prestanome ai piu' noti furfanti degli anni '60. In Spagna rischia il carcere per contrabbando di auto rubate; ad Amsterdam, dopo un furto di quadri preziosi, sostiene interrogatori lunghi diciassette ore senza mai aprire bocca. Va a vivere a Parigi, dove stringe amicizia con Allen Ginsberg e si esalta alla teoria di William Burroughs secondo la quale bisogna "saccheggiare il Louvre" (anche se il suo punto di riferimento resta Sartre); fa il vignaiolo in Toscana e Francia; inanella cinque mogli e mette al mondo due figli, senza poi curarsi ne' delle une ne' degli altri. Non esita a dichiarare di non aver mai amato la madre: casomai, con lei ha costantemente combattuto una guerra civile ("la piu' oscena delle guerre").
Robin-Derek beveva ancora il te' servito in tazze di porcellana di Se'vres, quando aveva nove anni e il cielo del Regno Unito veniva violato per la prima volta dai Messerschmitt della Luftwaffe. Non erano belli da guardare, i morti crivellati dai proiettili delle mitragliatrici dei caccia tedeschi, e al piccolo Robert tocco' di vederli. In Italia a sbucare dal cielo e a mietere vittime erano i caccia Mosquito della Raf, soprannominati Pippo. E una delle vittime di Pippo tocco' a me di vederla. Fu cosi' che quando conobbi Robin e scoprimmo di avere questa esperienza in comune, nacque fra noi un'amicizia speciale, simile a un segno di riconoscimento. Ci sembrava che la memoria che condividevamo, unici, fra i numerosi presenti alla riunione di scrittori, formasse un nostro prezioso, personale patrimonio storico.
Fu comunque per sottrarsi ai caccia tedeschi che la famiglia Cook decise di sfollare dal castello nel Kent dove viveva, per trasferirsi piu' lontano dalle coste, in una casa meno capiente, portandosi dietro solo la meta' della servitu'. Per quanto molto giovane, Cook captava l'assurda, gelida separazione dalla societa' che la sua famiglia considerava irrinunciabile e comincio' a viverla come una sorta di tirannide esercitata dai ricchi sui poveri, assumendo gradualmente una propensione se non per il nichilismo, quantomeno per una sua personalissima forma di anarchia.
A undici anni venne trasferito di peso all'Eton College, dove studiano i figli dell'alta societa' destinati a Oxford e Cambridge, e dove, secondo Robin, "sequestravano gli studenti per castrarli della loro personalita'". Fu la' che opero' il distacco definitivo dal suo vecchio mondo. Non tollerava di far parte di quella schiera di ragazzi, azzimati nell'uniforme d'ordinanza, che venivano forgiati per essere nuova classe dirigente. Non a caso, era a Eton che aveva studiato suo padre, "l'ipocrita, borioso, saccente" individuo che massacrava la musica di Edvard Grieg battendo forsennatamente sui tasti del pianoforte. (Ma non fu per disprezzo verso di lui che Cook non avrebbe firmato i propri libri con il suo vero nome: gia' esisteva un Robin Cook americano, autore di thriller medici di successo).
Molti di questi accadimenti vengono raccontati da "Stanze nascoste", che ci porta fino a quando, al fianco di Agne's, Robin-Derek trovera' una qualche sorta di quiete fra i vigneti della Francia, prima di tornare a morire in Inghilterra nel 1994.
Per chi l'ha frequentato e' difficile riconoscere nell'uomo che emerge dalle pagine l'amico dagli occhi che si facevano bui quando parlava della sua famiglia o delle "ingiustizie di classe". Lo stile totalmente spoglio va ben oltre la laconicita' che distingueva Cook. E a questo proposito e' lui stesso a scrivere: "la mia autobiografia non potra' mai avere la leggibilita' di un romanzo. Dopotutto descrive solo un insieme di funzioni".
Tanto meno "Stanze nascoste" evoca l'uomo alto ed emaciato, magro al punto da sembrare scarnificato, la sigaretta perennemente fra le labbra e il basco malandrino calzato sulle ventitre', memento delle nottate trascorse nelle boites dall'aria densa di fumo di sigaretta a discutere con gli esistenzialisti e ad ascoltare "Bonjour tristesse" cantata da Juliette Greco. Il basco che portava era sempre lo stesso per giorni, e cosi' i calzoni, ma anche solo a vederlo si capiva che Cook era un aristocratico. Quando poi parlava, con il suo accento inequivocabilmente upper class, intimidiva regolarmente i suoi interlocutori.
Fin da bambino, racconta l'autobiografia, aveva in mente di diventare scrittore, e quando inizio' a scrivere decise che i suoi romanzi dovevano avere un fil rouge che li collegasse, tanto da potere diventare seriali. E non a caso scelse come fil rouge la Factory, il settore della polizia inglese che si occupava degli omicidi piu' abietti commessi nei bassifondi della citta'.

L'autobiografia "Stanze nascoste" e' molto piu' di quello che egli stesso affermava. E' un labirinto per comprenderlo

Fin da "E mori' a occhi aperti", primo romanzo della serie, fu chiaro qual era il terreno che intendeva esplorare: la ferocia fine a se stessa, la notte che rende buia la mente, la fragilita' del corpo umano di fronte alla violenza bruta. La vittima, un uomo che sembra aver tenuto gli occhi aperti per poter osservare la propria morte, e' stata massacrata metodicamente, osso dopo osso, e al lettore non viene risparmiato niente. Un noir spinto all'eccesso, elaborato da una mente a volte abitata da un demone, spesso travolta dalla disperazione. Follia, mutilazioni, fluidi corporali. Le descrizioni sono tanto esplicite che il libro fa molta fatica a trovare la pubblicazione. A questo proposito Derek Raymond, ormai questo il suo pseudonimo, racconta divertito di un editore che dopo averlo letto vomito' sulla scrivania. A chi gli domanda come fa a raccontare tanti orrori risponde con tono svagato che in fondo e' di se' che scrive, e non nega di essere rimasto "coinvolto" in qualche omicidio. Poi passa a recitare a memoria intere pagine di Sartre.
Raymond scrisse altri tre romanzi che se in Francia, grazie alla Serie Noire di Gallimard, ebbero da subito un enorme successo (tanto da meritargli in seguito l'Ordre des Arts e des Lettres), in Inghilterra passarono del tutto inosservati.
Non si scoraggio' e ne scrisse un quarto, "Il mio nome era Dora Suarez", che arrivo' nelle librerie come un proiettile. I cadaveri della giovane Dora e della sua anziana protettrice sono raccontati con ancor maggiore dovizia di particolari dei libri precedenti, con tante puntiglio se descrizioni di orrori da rendere la lettura difficile anche a chi e' abituato al genere e lo ama. "Di certo non avrei avuto il coraggio di penetrare cosi' a fondo nell'orrore assoluto di Dora Suarez se non avessi coltivato la sicurezza di possedere una forza capace di farmi risalire in superficie", dice del romanzo lo stesso Raymond-Cook. Il libro ha una marcia in piu', rispetto ai primi tre: Dora e' la metafora dell'ingiustizia perpetrata dai forti, dell'ingiustizia sociale. Alla fine di "Stanze nascoste" ritorna su "Dora Suarez", con l'esigenza di spiegare perche' l'ha scritto: per ricordare cosa si prova quando non arriva alcun aiuto, il senso di vuoto che paralizza quando si e' persa anche l'ultima mano, quando si sa che il grande salto e' adesso.
Questa autobiografia e' assai piu' della descrizione di un "insieme di funzioni". Mette le chiavi in mano a chi e' interessato ad aprire le "Stanze nascoste" di un uomo indubbiamente infelice, indubbiamente abitato da rabbia, ma anche generoso, leale, capace di amicizia. Aveva una sua acuta sensibilita', che gli consentiva di riconoscere i subitanei mutamenti di stato d'animo, ed era pronto a offrire una spalla su cui piangere o il giubbotto di pelle nera se si aveva freddo.
Certo che le pagine di "Stanze nascoste" sono tanto ricche di racconti cupi da avvolgere gradualmente il lettore in una coltre di malinconia, anche perche' le numerose definizioni di noir che contengono ci dicono che di se' Cook parla, quando scrive: "Il noir ha una funzione, che e' quella di mostrare la vita attraverso gli occhi dei disperati che sono stati privati di un'esistenza decente e percio' sono sprofondati nella miseria o nella violenza". Oppure: "Il
noir affronta il problema di uno scontro con se stessi per trasformarlo nella lotta dell'umanita' contro il contratto universale".

Laura Grimaldi