Marinetti, un wireless di 70 anni

Zairo Ferrante

 Da Marinetti fino ai giorni nostri, un filo lungo settant'anni
Quando si parla di futurismo spesso si è portati a pensarlo come una forma d'arte esplosiva e
estroversa che poco o nulla può avere a che vedere con l'anima. Di solito si pensa all'arte futurista
come una sorta di bomba insensata che deve esplodere e generare il caos nello "spettatore".
Certamente si può essere in accordo con la seconda parte di questa definizione ma occorre
necessariamente dissentire e eliminare l'aggettivo "insensata", infatti, in poche parole, e forse anche
in modo riduttivo, potremmo definire il futurismo di Marinetti come uno stratagemma di rara e
sottile genialità partorito per risvegliare dal torpore gli animi assopiti di un intero popolo.
Ecco che da questa breve e imperfetta definizione possiamo già estrapolare due concetti, il primo è
che l'arte futurista è stata creata per perseguire uno scopo e pertanto non la si può assolutamente
definire "insensata"; il secondo concetto, invece, lo si può ricavare pensando all'oggetto su cui essa
concentrava tutte le proprie forze, il luogo ideale in cui la bomba Marinettiana doveva annidarsi e
esplodere e cioè l'animo assopito, o meglio milioni di animi assopiti che necessitavano di un risveglio
per reagire e non essere divorati da quell'inevitabile sviluppo tecnologico e scientifico che
di lì a poco avrebbe rivoluzionato per sempre e in modo irreversibile l'intera Umanità.
Ovviamente quando gli animi si ri-svegliano accade ciò che io amo definire il miracolo più grande
che l'uomo riesce a compiere, ossia il "fare anima".
Quindi, in quest'ottica, futurismo e "fare anima" diventano un concetto quasi indivisibile.
Marinetti, spinto da una forza propulsiva e, perché no, anche carica di amore per l'uomo, ha dato
vita a un'arte volta a fare anima, una forza attiva che non voleva limitarsi a descrivere il semplice
moto di un sentimento, come spesso era accaduto fino a quel momento, ma che ambiva a generarne
di nuovi, una spinta propulsiva che si prefiggeva l'obiettivo di forgiare milioni di animi impegnati
costantemente nel fare.
Naturalmente, quando si parla di "fare anima" non si può prescindere dal chiamare in causa James
Hillman, uno dei padri più influenti della moderna filosofia psicoanalitica, che nel 1975 in Revisione
della psicologia scriveva: “La terapia o l’analisi... è un processo che si svolge in modo
intermittente nella nostra individuale esplorazione dell’anima, negli sforzi per capire le nostre
complessità... Nella misura in cui siamo impegnati a fare anima tutti siamo ininterrottamente, in
terapia”.
Ecco quindi che a questo punto si delinea ancor meglio il significato del "fare anima", che possiamo
definire come un'introspezione attiva che si compie nell'autoanalisi e nel constante impegno che
tutti noi, quotidianamente, mettiamo nel comprenderci e nel capirci.
Ovviamente, a sua volta, anche il "fare anima" ha un fine, uno scopo ultimo, che risiede nel parto e
nella produzione di idee e pensieri.
Quindi, volendo riassumere tutto quello che fin qui si è detto, possiamo tranquillamente affermare
che il fine di Marinetti e del Futurismo era proprio quello di supportare e spronare l'uomo a
partorire quel pensiero o idea, anche soggettivi, in grado di liberarlo dalle catene della staticità e di
accompagnarlo nel futuro nuovo mondo, che sarebbe stato ampiamente diverso dal precedente.
Una realtà tecnosviluppata sicuramente più veloce e aggressiva, capace di divorare tutto quello che
non sarebbe stato in grado di seguirla e di rimanere a passo con lei.
Tutto questo accadeva circa settant'anni fa, ed è sotto gli occhi di tutti che in tale arco di tempo il
processo di sviluppo tecnologico poc'anzi descritto non si è mai arrestato, anzi, ha ulteriormente e,
per certi aspetti, spaventosamente accelerato la sua corsa travolgendo e inglobando tutto quello che
gli gravitava intorno.
In poco tempo - una manciata di secondi se paragonato ai classici tempi storici a cui siamo stati
scolasticamente abituati - oltre mezzo mondo si è ritrovato dal guidare la bicicletta a condurre
automobili intelligenti, dal vivere nell'impossibilità di comunicare a poter essere letteralmente
investito, in pochi secondi, da milioni di idee, pensieri e opinioni.
Tale scenario di confusione ha portato inevitabilmente la maggioranza delle teste a smarrirsi nel
caos della comunicazione e a discostarsi dal loro principale compito che era quello del pensare,
opera diventata ormai troppo faticosa e con un basso rapporto beneficio/costo.
Contemporaneamente questo ha estremamente facilitato il compito di una restante e piccola parte di
teste che, approfittando di questa apatia di pensiero, ha cercato di primeggiare sulle altre inventando
un linguaggio "differente", capace di creare messaggi in grado di auto-impiantarsi nei cervelli,
nuovamente dormienti, generando in essi la falsa illusione di possedere idee libere, autonome e
indipendenti, con il solo scopo perverso di omologarli e renderli tutti uguali, schiavi e dipendenti
dagli status-simbol e dal malsano pensiero del " solo se hai questo sei davvero figo".
Questa parte oscura di progresso, che alcuni chiamano "mercato", altri chiamano "marketing", le
multinazionali chiamano " globalizzazione" e i più chiamano "tendenza" o "moda", in pochissimo
tempo e stata capace di coniare l'unico e vero motto di massa del XXI sec.: "io sono perché ho e non
perché penso", un vero e proprio mantra che si è impossessato della gran parte delle nuove e
vecchie generazioni, trasformando il pensiero libero e liberatore in pecora-pensiero, assoggettato e
assoggettante.
A questo punto, in tale situazione, è facile intuire come anche oggi l'Arte è chiamata nuovamente a
risvegliare gli animi assopiti; ancora una volta l'Artista deve impegnarsi a generare un dinamismo
degli animi, o "dinanimismo", per di tirar fuori gli Uomini dal vortice creato dalla parte malsana del
progresso e riaccompagnarli in una dimensione fatta di punti fermi da cui ri-partire. Tale
dimensione è proprio quella del "fare anima" dove il punto fermo è rappresentato dal pensiero e
questo lavoro che l'Arte deve compiere può tranquillamente essere definito come un "futurismo
all'incontrario".
Va da se che anche a distanza di settant'anni l'Arte "utile" all'uomo, per compiere la propria
missione, deve per forza prendere spunto dal futurismo; ecco perché ancora oggi la "vera" arte è in
un certo senso tutta figlia di Marinetti, ecco perché dopo settant'anni il suo pensiero ancora vive e
insegna. (1,2)
Note
1. James Hillman, Re-Visione della psicologia, Adelphi, 1992.
2. http://poesia.blog.rainews.it/2013/08/28/la-vostra-voce-zairo-ferrante/

Info ulteriori
*da eBook La Grande Guerra Futurista, AA.VV..  a cura di R. Guerra  (La Carmelina edizioni)