L'America (e il mondo) di Trump.

Confesso di non aver mai avuto a pelle grande simpatia fin dall'inizio per Donald Trump, sia per la devastante cifra del personaggio, sia per i possibili effetti negativi  nella politica mondiale.Tuttavia la logica delle cose americana, non di rado, è diversa e andrebbe più correttamente interpretata secondo canoni interni e non esterni alla Repubblica stellata. Ricordo che l'elezione di Ronald Reagan alla presidenza USA fu accompagnata da analoghe e ancor più marcate preoccupazioni, soprattutto in un'epoca segnata da una pericolosa escalation della tensione tra l'Occidente e il blocco sovietico, resa più insidiosa dalla elezione al soglio di San Pietro di un papa polacco. Ecco perché non bisogna abbandonarsi a valutazioni convenzionali di fronte ad un evento forse non del tutto inatteso se si leggono in filigrana le ragioni della sconfitta del candidato democratico. In America, in ultima analisi, va onestamente riconosciuto che l'azione dell'inquilino della Casa Bianca, nonostante l'enorme potere di cui dispone, non è slegata dal complesso degli interessi che stanno dietro alle scelte più profonde della politica americana, alle necessità dell'alternanza e, da ultimo, alle esigenze strategiche del Paese, a cui non sono estranee le grandi lobbies. Non so se Trump sarà presidente di alto profilo, capace di una regia globale magari imperiale o si assisterà al ripersi di errori che non hanno contribuito a fare del pianeta un posto sicuro. Pur nello scetticismo, credo che a bocce ferme l'America avrà un buon leader e che le sue dichiarazioni elettorali subiranno qualche inevitabile e comprensibile ridimensionamento alla luce della realpolik e degli interessi del mondo. Non ci resta che attendere. 
Casalino Pierluigi