Confessione di uno scrittore in un tempo di devastazioni: La Vandea è la nostra trincea

 di Pierfranco Bruni



Confessione di uno scrittore in un tempo di devastazioni:

La Vandea è la nostra trincea


 

 

Senza radici si è sconfitti. Ma con le radici si è separati dal conformismo.  Senza Ulisse alla ricerca di Itaca. Coinvolti e mai sconfitti. Non siamo più neppure la generazione dell'esodo perché la terra promessa. Quella ungarettiana, non è altrove. Resta dentro di noi a raccontarci i destini di un processo politico, culturale, etico che non siamo stati in grado di edificare. Tempo di devastazioni.

Dovevamo edificare una vita, delle vite, dare senso a un progetto per restare seminatori e testimoni. Ma ci siamo illusi di diventare protagonisti in una storia che non siamo riusciti a scrivere porgendo le nostre vele tra le destre e le sinistre e la finzione di una moderazione che la si è voluta attribuire al mondo cattolico.

 

A quale mondo cattolico? I cattolici? Quali?

Diego Fabbri, il caro Diego, parlava delle ambiguità del mondo cattolico.

Siamo tutti cristiani nolenti o volenti tra le falsificazioni di una filosofia crociana e una antropologia vichiana -  gentiliana. Ma di chi siamo figli? Ancora di Marx o di Machiavelli? O forse di Dante che resta un tracciato indivisibile, ma costruito dentro la nostra formazione scolastica che ha deviato il corso delle esistenze di molti di noi.

Della mia, nostra, generazione. E ora siamo a discutere se esiste ancora un secolo breve o un tempo lungo? O se le città sono il superficiale, l'effimero, la leggerezza e il peso nella coscienza dei poeti?

Non credo più al fatto che l'ironia ci possa salvare. Da che cosa? È un'epoca nella quale ci siamo abbronzati nelle dissolvenze portandoci dietro retaggi ed eredità che vanno da Grecia a Roma e a un Mediterraneo disperso tra le isole di una malinconia che piange il sangue di Troia ma non ha fronteggiato l'impeto del precipizio del Tempio di Gerusalemme.

Non siamo profeti. Neppure alchimisti o sciamani. Non so…

 

Noi siamo gli sciagurati di quel 1977 – 1978 che non sono riusciti a debellare un sessantottismo che si era ramificato nel peggiore Machiavelli e che non riusciva a confrontarsi con i veri profeti culturali: da Prezzolini a Papini. Ci siamo arresi al fatto che l'intellettuale dovesse restare nella ragnatela dell'impegno. Invece dovevamo disimpegnarci e ritrovare il senso di una esistenza frantumata tra le brigate rosse e il cambiamento di una ideologia che ha trasformato l'ideologia stessa in massacro massmediologico.

Ecco perché siamo alla ricerca di Itaca che non troveremo più non perché non riusciamo a trovarla ma perché è Itaca che non ci accetta più. È inutile, cari Kavafis, o  nostri connazionali Pavese e Quasimodo, Cardarelli e Gatto che vi aggrappate ai labirinti della nostra anima. Siamo stanchi e abbiamo perso tanti appuntamenti convinti che la cultura potesse trasformare la politica. Non era così. Non è così.

La follia  di Ariosto o di Tasso (perché sempre di follia si tratta) o del grande maestro Cervantes  e poi di Pirandello Kafka Ionesco dovevamo coglierla nel vento delle esuberanze e invece ci siamo insuperbiti non consapevoli che la superbia è un cattivo proverbio oltre ad essere un peccato. Non abbiamo, ora, il diritto di criticare. Perché ci siamo esclusi.

Ci siamo allontanati. Ci siamo distaccati. L'Arbasino del paese senza degli anni Ottanta e già prima è rimasto nell'educazione del "senza" e l'umanesimo di un contemporaneo come Mazzetti è passato inosservato tra una pedagogia mal compresa di stampo milaniano e una retorica tommasea, che resta importante tra il gioco dell'accettazione nell'intreccio tra fede e bellezza.

Il tempo della politica è crollato. Rimane soltanto la cronaca del quotidiano. E quale spazio possiamo avere in questa cronaca? Io sono convinto che occorre riprenderci lo spazio del pensare nell'azione. Lontani dall'agorà che miete provvisorietà e improvvisazione. Cosa ci resta? Il disimpegno verso le nostalgie e l'impegno di un futuro che si gioca tra le maglie della politica.

Dobbiamo ricostruirci nella politica. Con le nostre età e con i nostri saperi perché ciò che abbiamo intorno è il trionfo della mediocrità. Dopo il trionfo della morte ci resta il fuoco. Siamo dannunziani e smettiamola di dare ancora voce al fanciullino che è diventato il senso di colpa di una generazione che non ha colpe ma responsabilità sì. Le lacrime sono il viaggio che abbiamo già vissuto.

Ora oltre il pathos e l'eros abbiamo bisogno della fierezza. Abbiamo il coraggio dell'impegno. Abbandoniamo la cultura del sapere e proiettiamo verso il sapere della politica. Senza mai dimenticare nulla. Questa contemporaneità ha bisogno di una generazione che guarda il tramonto, ma lo osserva ancora dall'isola.

Convinciamoci che Omero avrebbe fatto bene a non ferirci con la storia di Penelope e di Itaca. Sarebbe stato molto meglio "idolatrare" Nausicaa. Ma la storia non si regge su Ulisse? Sulla tragedia di Didone e la profezia di Enea? 

Noi apparteniamo ad una generazione che la scuola, l'università, la società hanno tentato di distruggere in tempi non lontani. Ma non ci sono riusciti. Siamo ancora qui. Diffidenti. Tradizionalisti. Rivoluzionari e conservatori che non hanno mai accettato la rivoluzione francese e sono rimasti in trincea nella Vandea.

Siamo in un tempo di devastazioni. La scrittura come ultimo viaggio oltre il deserto.

Siamo stati fregati? Ma no. Siamo stati e restiamo coerenti e noi abbiamo fatto sempre delle scelte. Con coraggio e con il pensiero. La nostra filosofia zambraniana nulla ci ha regalato. Siamo fieri. Restiamo nella Vandea senza mai venderci. Colpevole di essere stati coerenti? Fieri di non aver mai tradito.