Il leader dei Pink Floyd in Italia, una giornata particolare




da Anzio
«Adesso scriverò altre canzoni, per altri padri e altri figli», dice Roger Waters, bassista e fondatore dei Pink Floyd, che finalmente ha messo una pietra, in senso fisico e traslato, sul grande buco nero della sua vita, l'assenza del padre, Eric Fletcher Waters, morto il 18 febbraio di settant'anni fa, nello sbarco di Anzio.
Nella Sala Consiliare della città tirrenica, infatti, l'icona rock, che aveva cinque mesi quando papà Waters, sottotenente dell'ottavo gruppo dei Royal Fuciliers, fu dilaniato da una bomba nazista, ha chiuso un capitolo oscuro. È stato doloroso, per il cantante che ha rivoluzionato il rock contemporaneo, non sapere con esattezza che cosa ne fosse stato del proprio genitore, eroe di guerra, ora sepolto (in senso metaforico: le spoglie non si sono mai trovate) nel cimitero inglese di Falasche. «Ai miei concerti ho sempre incontrato veterani. Una volta, un uomo m'ha stretto la mano dicendomi: “Tuo padre sarebbe fiero di te”. Ebbene, anche io sono fiero di mio padre e dei cittadini di Aprilia e Anzio, che hanno organizzato tutto questo per me. Sono commosso», ha sussurrato Waters, stretto nell'elegante completo scuro da cerimonia.
Fino all'anno scorso, d'altronde, Roger era convinto che suo padre, ispiratore di molte delle sue celebri canzoni - quasi tutto l'album The Wall, con Only One River e When the Tigers Broke Free particolarmente dedicate -, fosse sepolto a Cassino, dove pure la rockstar si era recata, per un omaggio post mortem. «Il mio viaggio finisce qui», aveva sancito allora. A scuoterlo da tale convinzione è stato Henry Shindler, rappresentante dell'Associazione dei Veterani di Guerra Inglesi, oggi novantaduenne e commilitone di papà Waters: nessuno, meglio di lui, poteva sapere com'era andata esattamente l'«Operazione Shingle», decisa a tavolino da Churchill e Roosevelt, la notte del Natale 1943, per aggirare le truppe di Hitler e liberare Roma.
Trapiantato ad Ascoli Piceno, dove ha messo su famiglia, questo testimone oculare, che ignorava chi fosse, sulla scena artistica, il figlio del suo amico soldato, s'è messo in contatto con Waters. Dopo aver visto, in televisione, un servizio sulla visita di lui a Cassino. No, papà Eric non aveva combattuto lì, sulla Linea Gustav. Una grande mano, nell'operazione memoria, l'ha data la tecnologia: grazie ai tracciatori GPS e a Google Heart, Roger Waters ha potuto comparare le mappe militari dell'epoca, arrivando così a Campo di Carne - nomen omen: oltre 2.000 militari angloamericani caddero sul campo -, sacrificandosi per la nostra liberazione dal tallone nazista. Così, medaglia d'oro appuntata sulla cravatta, l'iconico musicista ha parlato di «trip emozionale». «Ho amato la giornata di oggi e quella di ieri, anche se le ombre di mio padre sono ovunque», ha poi commentato Roger, mentre pubblico e fotografi gridavano il suo nome. Provato dall'emozione e reduce dalla visita alla tomba paterna, dove Rogers ha letteralmente tolto di mano la tromba a un orchestrale, per intonare il Silenzio nella parola sospesa dei presenti, l'artista, pacifista convinto, ha spiegato il suo approccio alla politica: «Non me ne occupo. Però so che quasi tutti i politici, all'inizio sembrano affascinanti, ma poi si dimostrano ridicoli».
Amen. Sulla musica, poi, Waters ha idee chiarissime: «Sanremo? Non ne so nulla. Per me la musica italiana è Verdi e Puccini», ha sorriso, fuggendo all'inglese da un tema troppo angusto per la sua mente creativa. Che adesso s'acquieta: «parce sepulto», Roger.

IL GIORNALE