DA UNA TUNISIA ALL'ALTRA OVVERO LA SFINGE TUNISINA

Il 7 novembre era ovunque. Il ritratto rassicurante, dallo sguardo lontano, ma rassicurante, enigmaticoo e immobile nel suo riciclarsi dai tempi del colpo di stato medico contro il fondatore della moderna Tunisia, Habib Bourghiba. Una Tunisia, quella che ho conosciuto meglio, quando vi andavo in compagnia di due imprenditori storici del Bel Paese, Era la Tunisia di Ben Alì, rais pietrificato ed apparentemente eterno. Gianni Lubatti e Max Zanche, erano e sono tuttora di elevata cifra rappresentativa e capacità, in grado di resistere anche alla caduta di Ben Alì, di sopravvivere agli imprevedibili eventi della soria tunisina e dell'intero Nord Africa. A dire il vero ho rivisto la Tunisia, già del dopo rivoluzione ed ero insieme a Zanchi, quando la deriva salafita si scontrava con la tradizione laica tunisina. Una tradizione che rientrava nell'operaismo sindacale di tipo occidentale. La Tunisia, proprio per questo era ed è anche ai giorni nostri un vero e proprio enigma, per nion dire un mistero. C'è un intimo messaggio antico che risale ai fenici di Cartagine, ai Romani che qui hanno lasciato vestigia incommensurabili, per arrivare alle successive peregrinazioni della storia, dagli arabi, ai genovesi, ai turco-barbareschi, ai francesi, agli italiani di ogni origine, come dimostrano le tracce di presenza, anzi presenze italiane che da questa terra sono passate. E se la Tunisia ci appare una sfinge il motivo è che l'intellettuale lascito di questa landa nordafricana si allunga nei deserti e nelle oasi di parabole politiche e critiche che ci hanno proposto babuti e sospetti fondamentalismi e rimpianti dell'ordine del regime di Ben Alì (non della sua sciagurata consorte, però). E così si ritrova, lui malgré, un nuovo autoritarismo di vertice, nonostante che questa tunisina sia pur sempre un esempio di democrazia, ancorché sottoposta alle reiterate sfide della dialettica politica. Ancora tuttavia, inossidabili, Gianni Lubatti e Max Zanchi, l'uno di Andora e l'altro di Imperia, scendono e risalgono dalla Tunisia all'Italia e viceversa e non intendono mai rifar proprio il "delenda Carthago" di Catone. Anzi, provando e riprovando, credono nella missione mediterranea dell'Italia e del suo specchuiarsi in Tunisia.
Casalino Pierluigi