Musica contemporanea: Le felici ombre cosmiche di Klaus Schulze


Sei anni fa fu “Kontinuum”, e Klaus Schulze ci sorprese tutti. Master at work, nell'accezione più squisita del termine. Lo avevamo lasciato ad una sequela di cofanetti ultra-limitati (“Contemporary Works”), da cui aveva poi estratto parte dei lavori: alcuni buoni (“Vanity Of Sounds” e “The Crime Of Suspense” su tutti), altri obiettivamente fuori forma e stanchi (i 4 “Ballet”). Contemporaneamente, il continuo della proficua collaborazione con il compianto Pete Namlook in onor di Pink Floyd (“The Dark Side Of The Moog”), le riedizioni da un altro mastodontico box-set di cinquanta dischi (“The Ultimate Edition”) a nome “La Vie Electronique” e tanti apprezzatissimi live show.

Schulze non s'è mai fermato, ma “Kontinuum” fu veramente la sorpresa più eclatante, nonché ad oggi il suo ultimo lavoro in studio, se si esclude l'altrettanto splendida collaborazione con Lisa Gerrard (“Farscape” in studio e “Rheingold” dal vivo). Un disco in cui, dopo anni trascorsi a flirtare con la tecnologia, tornava a riavvolgere fra caldi strati di sequencer e synth, come ai tempi del mai abbastanza considerato “Mirage”. Lo Schulze scultore di architetture a metà fra il cosmico e l'ambientale, quello che fra un un azzardo e un flusso di suoni ha sempre saputo toccare con gracilità il cuore degli ascoltatori. Questo era “Kontinuum”, un'eredità pesantissima che grava tutta, oggi, sulle spalle di “Shadowlands”, annunciato a inizio 2011 ma arrivato a compimento fra mille travagli solo oggi.

Il nuovo album, va detto subito, sembra dall'inizio voler suonare “diverso”: accantonato il retrò, Schulze tenta di riprendere in mano i discorsi più recenti della sua carriera e dar loro continuità, sia nelle durate (che tornano a dilatarsi incredibilmente) che nel sound. Nei quaranta minuti di “Shadowlights” eccoci tornare dunque ai climi affrontati al fianco di Gerrard: stratificazioni di flussi analogici e sequencer poliritmici che incontrano voci dal sentore etnico prima di unirsi, progressivamente, al ritmo cullante delle percussioni. “In Between” trasporta fra grovigli luminosi e flash docili ricordando da vicino la fase digitale, per poi farsi più crepuscolare e sposare di nuovo trame à-la-“Farscape” in “Licht Und Schatten”. “The Rhodes Violin” si rintana per cinquantacinque minuti nei saliscendi ambientali di “Moonlake”, mentre la conclusiva “Tibetan Loops” è forse l'unico vero mezzo passo in avanti: una pièce limpida e soffusa che accompagna il canto dei monaci e un buon campionario di strumenti tradizionali.

Klaus Schulze si conferma maestro insuperabile nell'evocare immagini e sensazioni tramite la sua musica. Una dote, questa, pervenutagli soprattutto nell'ultimo decennio di carriera, in cui le sue sculture sintetiche hanno avvicinato sempre più scenari cinematografici, abbandonando la frontiera della mente in favore di quella dei sensi. “Shadowlands” è un disco che scorre senza mai annoiare, ma che – a totale differenza del suo splendido predecessore – suona in toto come ce lo si aspettava, senza per questo trasudare segno alcuno di stanchezza. Un lavoro che si affida completamente a un'ottima forma di artigianato creativo, incapace però di stupire o sorprendere.
Un disco normale, di una normalità che non può non piacere.
http://www.ondarock.it/recensioni/2013_klausschulze_shadowlands.htm