Un aspetto del Caso Heine *by Paolo Melandri

Che ci sia simpatia, certo è molto bello, ma che questa simpatia si traduca di continuo nella volontà di riabilitarlo come uomo “buono” è davvero curioso!

Sarà certamente ingiusto da parte mia, ma ho ormai l’abitudine, quando sento l’espressione «un uomo buono», di tradurla istantaneamente in francese: un bonhomme. Lo si potrebbe considerare un esempio del famoso passaggio dal sublime al ridicolo; a mio avviso, tuttavia, al “buono” nell’accostamento sopraccitato il sublime aderisce così poco che, se qualcuno mi attribuisse un tale predicato, mi sentirei addirittura offeso.

E dico questo non dal mio consueto punto di vista filosofico, secondo il quale considero le parole “buono” e “cattivo” come etichette sociali senza alcun significato filosofico e come concetti il cui valore teorico non è più grande di quello dei concetti di “sopra” e “sotto”. Un assolutamente “buono” o “cattivo”, “vero” o “falso”, “bello” o “brutto” esistono tanto poco nella teoria quanto nello spazio esistono un sopra e un sotto.

Tuttavia, dicevo, non c’è bisogno di scomodare tanta filosofia per comprendere che cosa intendo. A prescindere dalla grigia teoria, chiedo soltanto che una buona volta mi venga mostrato nella viva, aurea pratica un uomo davvero buono. Giuro che, sùbito pentito, mi batterò il petto, perché un uomo del genere sarebbe un’apparizione veramente sublime.

Ma non seccatemi con questi cosiddetti uomini “buoni”, la cui bontà è fatta di pratico egoismo vitale e morale cristiana rappezzati con la massima incoerenza possibile! Dall’uomo ideale veramente buono, sublime, a questa ridicola razza di vipere c’è non un passo, bensì un’eternità!

Ed è con un simile spregevole marchio che si cerca continuamente di bollare il mio Heine?!

Qualche tempo fa, sullo «Zeitgeist» (glorioso supplemento del «Berliner Tagblatt») un tale Dott. Conrad Scipio si lanciava in un articolo piuttosto schematico dal titolo Zur Würdigung Heinrich Heines [“Omaggio a Heinrich Heine”], nel quale sosteneva con tutte le sue forze la necessità di assolvere senz’altro la dissoluta vita privata di Heine, il quale in fondo era stato un buon protestante e un buon patriota – e altri apprezzamenti di questo conio.

Che cosa ridicola! Crede dunque davvero, questo homunculus, di fare un favore postumo al defunto Harry Heine dicendo di lui tali scempiaggini? E che razza di prove sono quelle! Siccome Heine parla con trasporto di Martin Lutero, allora è un protestante! Con pari legittimità il Dott. Scipio potrebbe dire: siccome Heine – credo fosse a Helgoland – leggeva la Bibbia con tanto zelo e trovava il libro così bello, era un pietista! Heinrich Heine, mio caro signor dottore, ammirava Napoleone, benché fosse un tedesco di nascita, e ammirava Lutero, benché non fosse un protestante.

E perché affaticarsi a smentire Heine stesso, che ancóra nell’ultimo periodo della sua vita, quando «di tanto in tanto credeva nella Resurrezione» ed esprimeva la speranza: «Dieu me pardonnera, c’est son métier», si difendeva con zelo dalla diffusa dicerìa che fosse «tornato in seno a una Chiesa»? Per spiriti ben diversi dal suo, caro signore, certe camicie di forza dogmatiche non sono tagliate.

Ah! e poi il grido di trionfo che spesso si è costretti a sentire: «Già! Che questo Heine, il quale per tutta la vita ha oltraggiato la nostra morale con parole e opere, sia tornato al suo Dio sul letto di morte prova che…». Come, scusi? Quand’è che il giudizio su un uomo è più competente, quando questi è nel pieno delle sue forze fisiche e spirituali o quando, ridotto, secondo le sue stesse parole, a uno «scheletro spiritualistico» (così Heine definiva se stesso negli ultimi anni, a Parigi), langue di fronte alla completa dissoluzione?!

E il patriottismo di Heine!

Devo ammettere che le prove addotte al riguardo dal Dott. Scipio sono ormai per me troppo lontane perché io possa richiamarle qui. Ma quando in genere si parla di patriottismo, mi sovviene sempre una frase che ho sentito una volta da un colto commensale: «Lo spirito di Goethe» all’incirca così disse quell’uomo ardito «era troppo grande e poderoso perché potesse accontentarsi dell’amor di patria; esso abbracciava il mondo intero». Bravo! Dunque il nostro uomo dev’essere un po’ limitato nello spirito per potere essere un patriota. Che lo spirito di Heine fosse sufficientemente limitato per questo, Dott. Scipio?

No, Heinrich Heine non era un uomo “buono”. Era soltanto un grande uomo. Soltanto…!

D’altra parte, l’articolo era scritto con tanta asciuttezza e dignità che il Dottore meriterebbe davvero di divenatare Professore.



Paolo Melandri

10 dicembre 2011