Pierluigi Casalino: Gramsci fuori dal mito?


 

 
Ho ripreso in mano un vecchio ed interessante volume, pubblicato, in tempi non sospetti, nel 1982, dalle edizioni Armando, “Gramsci fuori dal mito”. L’autrice, Gigliola Asaro Mazzola, resta coraggiosamente fedele (tenuto conto del clima culturale e politico dell’epoca), resta fedele al pensiero di K.Popper, che introduce il suo libro:”Sono sostenitore strenuo dell’audacia intellettuale. Non possiamo essere dei vigliacchi intellettuali e dei ricercatori della verità, al contempo. Vi sono delle mode del pensiero, come ve ne sono nella scienza. Ma un autentico ricercatore di verità non seguirà le mode: diffiderà di esse e le saprà anche combattere, se necessario”. Il volume, infatti, consiste in una diligente e spietata analisi di tutto quello che costituisce nell’opera gramsciana, un giudizio estetico e si propone la valutazione di un autore che, qualunque sia stato il suo impegno umano, coinvolge in questo la letteratura. La Mazzola fa parlare i testi, li racconta, non si sovrappone ad essi e il risultato è terrificante. Alla fine della lettura non ci si può sottrarre ad un amaro senso di disagio, come di persone che troppo a lungo sono state vittime di un raggiro e che, emergendone, non possono non accusarsi di semplicismo. Sarebbe meglio direi di connivenza, di colpevole connivenza, se pur involontaria, con un’operazione culturale di più ampio disegno strategico di manipolazione delle coscienze. Il monumento elevato ad Antonio Gramsci da parte dei suoi postumi seguaci e araldi, se non portatori di borsa, che ha indebitamente coinvolto l’ammirazione grata che si deve alla sua personalità morale – cui, peraltro l’opera della Mazzola resta fedele- nell’esaltazione del giudizio culturale, che va profondamente ridimensionato e spesso sovvertito da parte di tutti coloro che, invece, di riecheggiare slogan dei facili ripetitori di letture non meditate. Senza tener conto dell’avvelenamento della mente di certe letture e/o interpretazioni (di esse), quelle gramsciane, che, oltre deformare le idee, altera anche lo strumento che le porta, cioè la mente: una vocazione totalitaria che viene contrabbandata, ora come allora, come autentica esigenza di libertà. Il tutto, secondo una strategia che predilige il passo della progressiva egemonia di una parte dopo l’altra della società, fino a far prevalere una parte sola su tutte le altre. Ed è fatale che sia così perché come diceva Einstein:”nel campo di coloro che cercano la verità, non c’è alcuna autorità umana. Chiunque tenti di fare il magistrato, prima o poi, viene travolto dalle risate degli dei”. Occorre intanto sottolinear che Antonio Gramsci non fu mai un critico letterario, in quanto come bene precisa Natalino Sapegno “egli ribadisce più volte una distinzione netta tra la critica letteraria in senso stretto e l’altra, che è un’indagine sociologica, di ideologia e di contenuti, sottesi all’opera d’arte, un’indagine che di per sé di cultura politica; anzi, è un’operazione politica tout court del resto lo stesso Gramsci tiene ad affermare la distinzione ben netta tra l’interesse estetico che si rivolge ai valori estetici e formali di un’opera e l’adesione sentimentale al contenuto. Il brutto è che questa adesione sentimentale riguardò in Gramsci pressoché soltanto l’ideologico in conformità della sua adesione al materialismo storico, sottoscrivendo quindi quello che Marx ed Engels sostengono nel Manifesto del 1848: “L’arte deve essere necessariamente partitica; e non deve possedere una “partiticità” in generale, qualunquistica ed astratta, ma una “partiticità” per la classe che è la portatrice del progresso: il proletariato”. Cosa ne conseguì praticamente in Gramsci da questa totale adesione ai postulati marxiani? E’ facile dedurlo, senza tema di smentite: “Gramsci considerò l’arte e la letteratura non come mezzo di arricchimento delle masse (facendo il verso all’arte socialista e realista della Russia sovietica, improntata alla creazione dell’homo sovieticus), ma, tramite la conquista degli intellettuali ( in tal caso “utili idioti”), che ne sono portatori, come mezzo organizzativo ed aggregativo, come puro strumento ideologico-politico per la conquista e l’egemonia del potere”. Estrapolando dai Quaderni del Carcere e dalle Lettere i giudizi gramsciani è dato mettere insieme una nutrita antologia che evidenzia quanto si è detto in una forma e in una misura fin troppo aggressive: Dante del pensiero politico “è un vinto della guerra delle classi che sogna l’abolizione di questa guerra sotto il segno di un potere arbitrale…egli vuole superare il presente, ma con gli occhi rivolti al passato”. Giudizi simili in chiave politico-ideologica su figure dell’arte, della letteratura e del pensiero, da Petrarca a Rousseau, da Guicciardini a Goldoni, da Alfieri a Manzoni, a Tolstoj, a Mazzini, a Pascoli, a Pirandello, a Cardarelli, a Montale, a Saba, a Ungaretti, a Papini (“boxeur di professione della parola qualsiasi”), a Quasimodo, allo stesso D’Annunzio (“l’ultimo accesso di malattia del popolo italiano”), tendono a reinterpretarne la l’opera e a stroncarla (se non addirittura denigrala) come non in sintonia con i principi del marxismo storico e quindi fuori della storia. Soltanto Carducci viene salvato parzialmente, per una sua certa dose di giacobinismo e per l’anticlericalismo dell’Inno a Satana). Se si va oltre il contesto di tali giudizi indisponenti e indifendibili da parte di molte stesse intelligenze della sua estrazione ideologica, non si può ribadire che nella circostanza si coglie un disegno distruttivo, finalizzato colpire e neutralizzare ogni dissenso o opposizione, in vista del trionfo del materialismo storico. “Che resta a fare ormai? – sembra dire Gramsci – Distruggere ogni forma di civiltà, non aver paura di idoli, di pregiudizi, di mostri sacri…non aver paura della distruzione” . Ispirata a questi principi, quindi, la lotta di classe deve eliminare gli ostacoli posti sul suo cammino. La Mazzola, a questo punto, definisce la pretesa distruttiva di Gramsci come una vera e propria frode nei confronti di quelle masse che egli intende emancipare. La lezione della scrittrice è esemplare e supera gli orizzonti della storia. Il mito gramsciano dell’” intellettuale organico”, attraverso gli opportuni montaggi e le debite prevaricazioni, secondo l’accorta e astuta regia di Palmiro Togliatti, punta a reclutare gli spiriti, a plasmarli e a farli approdare sul terreno dello zdanovismo e convogliarli nell’unico blocco popolare, definito “nuovo principe”. Un mito quello di Gramsci, indivisibile dalle sue premesse ideologiche, dunque, non certamente liberalizzato, crocianizzato, ma in piena aderenza con la strategia di Stalin. Quello Stalin che propugna il “marxismo creatore” con simili accenti: “Esiste un materialismo dogmatico ed un materialismo creatore: io mi pongo sul terreno di quest’ultimo”. Ormai sappiamo, dissipate le nebbie del mito (da cui occorre ormai onestamente  affrancarsi, anche alla luce degli eventi del 1989), quanto fossero puntuali e intuitive le considerazioni della Mazzola. Considerazioni che non posso che condividere ancor oggi, nel sempre utile invito a riflettere sulla portata della trappola in cui Gramsci e i suoi sprovveduti nipotini sono caduti. Una trappola di ottuso conformismo dalla quale, se mai qualcuno vi restasse ancora imprigionato, è ormai tempo di liberarsi con senso critico e rinnovata, lucida consapevolezza. Lo stesso Gramsci appare oggi una vittima per il suo ambiguo orientarsi fra la sua libertà di giudizio e il suo preconcetto anteporre ad essa l’ideologia. Un modo per restituire Antonio Gramsci alla luce della verità.

Casalino Pierluigi, 15.13.2011.