Il Terzo Mondo visto dalla Cina




Casalino Pierluigi. Alla penetrazione economico politica cinese in Africa e all'attuale sviluppo della partnership di Pechino in quel Continente, ho dedicato, nel tempo, non pochi miei interventi sul web, in particolare proprio su Asino Rosso, ma anche su altre testate on line. Non è qui il caso di affrontare lo stato delle relazioni cinoafricane che hanno raggiunto livelli rilevanti ed impensabili fino a qualche decennio fa, se pur in sintonia con un disegno di lungo corso che risale alla fondazione della RPC, ma che trae origine nell'antico periodo imperiale del Celeste Impero. Le iniziative mirate alla conquista del Continente africano obbediscono pertanto ad progetto coltivato dalla Cina dapprima nel diverso contesto ideologico e successivamente consolidato nella fase post maoista, che ha visto Pechino assurgere al ruolo di superpotenza globale ed industriale, in concorrenza e in competizione con le altre grandi potenze planetarie. Il caso della penetrazione in Africa è diventato il simbolo di un processo storico che va oltre il lascito commerciale e di manodopera, per conseguire esiti di portata culturale assai significativi e in continuo divenire, alla luce soprattutto dei riflessi conseguenti all'avvento dell'era digitale. Sul fenomeno cinoafricano si sono intrattenuti a lungo studiosi e media, prefigurando scenari di diversa interpretazione. Lo stesso quotidiano economico italiano Il Sole 24 Ore ha dedicato all'esperienza cinese in Algeria un importante reportage. Uno stile, quello cinese,  tuttavia, che esporta in Africa non solo modelli pragmatici, ma anche una visione che resta profondamente estranea a quella occidentale, prospettando scelte di tipo dispotico o di democrazia vigilata. Fornendo assistenza ed aiuti economici, si affermano way of life cinesi che si offrono come alternative accattivanti a quelle delle tradizionali potenze occidentali. Solo l'irrompere anche della Russia, dell'India e dei potentati arabi potrebbe rivelarsi occasione di confronto più serrato con i cinesi. Ma, come dicevo, anche per meglio comprendere il senso dell'itinerario storico che ha progressivamente avvicinato la Cina al Terzo Mondo e nel caso di specie all'Africa, non guasta ripercorrere quella fase precedente che si confonde con le diverse stagioni della politica interna della RPC, fino alla vigilia dell'avvento di Deng Xiaoping al potere, rinviando ad altra circostanza l'esame dei successivi sviluppi. Sviluppi che confermano l'affermarsi dell'idea tradizionale di Cina nella sua politica estera e nella sua concezione del mondo, che recupera istanze confuciane e   sinocentriche. In realtà l'azione cinese è sempre stata abile, duttile e duplice. In epoche non sospette, infatti, Pechino era in ottimi rapporti con paesi che non condividevano o condividevano poco lo spirito rivoluzionario. La natura stessa della Cina comunista fece oscillare le cose tra questi due poli. E fu nel mantenimento di tali rapporti  che Pechino ha costruito il proprio futuro in quanto grande potenza. Non applicando il principio di essere in un campo o nell'altro, persino al culmine della Rivoluzione Culturale, i cinesi hanno gettato le basi della loro politica nel Terzo Mondo e in particolare in Africa. Chi seppe guardare, allora, aldilà di quel presente, la natura speciale della potenza cinese, intuì la profondità dell'obiettivo della leadership cino-popolare. Una strategia di grande potenza che, secondo il sogno dei vertici cinesi, come enunciato nel vertice afro-asiatico di Giacarta dell'aprile 2015, ha portato in Africa 100 cooperanti cinesi e di destinare più di 18 mila borse di studio in più agli studenti africani, di eliminare dazi doganali e di sostenere finanziariamente la forza di reazione rapida dell'Unione africana, oltre che la lotta contro il virus Ebola. Dietro poi il successo degli Istituti Confucio, si delinea una condotta a tutto campo che vede la Cina straripante in Africa. La concorrenza che l'apprendimento della lingua cinese fa al francese è vincente(mentre l'inglese è meno a rischio), con massima preoccupazione di Parigi. Oltre 2500 imprese cinesi sono radicate nel continente africano e più di un milione di cinesi lavora in Africa, mentre i numeri degli scambi tra la Cina e l'Africa sono calcolati sui i 160 miliardi. Tra asserito rispetto e amicizia, la Cina occupa uno spazio ormai preponderante in Africa, muovendo dall'antica guerra di popolo agli aiuti umanitari ed economici. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando il PCC, già solidamente affermato ed ancora in buoni rapporti con Mosca, confidava in un'imminente vittoria, i dirigenti cinesi impiegavano il termine zona intermedia per designare il Terzo Mondo. Nel 1964 questa definizione divenne più sfumata. Il concetto di zona intermedia quindi non fu più fondato sul sottosviluppo né sulla colonizzazione di tipo classico. La ricerca degli amici e dei nemici obbedi' ed obbedisce a criteri diversi. Con l'allentarsi della tensione tra Est ed Ovest, Pechino cominciò a considerare il Terzo Mondo sotto una diversa angolazione. A ben considerare, la filosofia politica dei dirigenti cinesi si manifestò chiaramente per la prima volta durante il viaggio del primo ministro  Zhou Enlai tra la fine del 1963 e l'inizio del 1964, dove fu creato il programma della politica africana di Pechino per l'avvenire. Nel continente africano, disse l'esponente cinese, esiste un'eccellente situazione rivoluzionaria, dove per rivoluzionaria si intendeva di qualcosa di più concreto, come in seguito si sarebbe visto.