Graziano Cecchini: Non dimenticare i Karen in Birmania....

di C. Mastrolilli De Angelis

KAREN: una guerra che val la pena ricordare

Era il 2009 quando scrivevo queste righe.
Dall’incontro con i rappresentanti Karen ne uscì un articololungo, più lungo degli standard consentiti dal menabò del quotidiano. Fuiripresa e dovetti fare alcuni tagli, nonostante i quali l’articolo continuò adessere più lungo del normale.
Ma c’erano tante cose da dire e tante cose da spiegare e laredazione alla fine acconsentì a pubblicarlo.
Dal 2009 ad oggi tante cose sono cambiate ma nessuna in modocosì risolutivo da consentire al popolo Karen di vivere la propria libertà.
Molti di loro sono morti; alcuni si sono arresi e hannoabbandonato la giungla abbandonandosi alla “lusinga” dei campi profughi e almiraggio di villette a schiera che li hanno resi schiavi per la vita; un premioNobel è stato assegnato mentre il colonnello Nerdah Mya, oggi generale delKNLA, continua a combattere per la libertà del suo popolo.
Non c’è un motivo particolare per scrivere oggi queste righeperché nulla è cambiato: la guerra dei Karen continua a non fare notizia.
O forse è proprio questo il motivo: certe cose non devonoessere dimenticate, certe guerre e certi valori valgono troppo per non ricordarlidi tanto in tanto.
Ecco allora perché oggi forse vale la pena di ricordare, conpoche righe, un articolo vecchio di anni.
 

KAREN: DALLA GIUNGLA A ROMA PER SFIDARE I DITTATORI BIRMANI

La guerra di liberazione Karen è una delle tante guerre dimenticate nel panorama mondiale.
Ex colonia britannica, la Birmaniae le sue verdi foreste, ospitano da 60 anni una delle più deleterie lotte diindipendenza, balzata alla cronaca nell’agosto del 2007 e poi nuovamente cadutanell’oblio.
La storia della Birmania è quelladi un paese che, dopo aver ottenuto l’indipendenza dal dominio colonialeinglese al termine del secondo conflitto mondiale, si è trovato a dovercostruire daccapo la propria identità politica e sociale, difficile daraggiungere per diversi motivi, primo fra tutti le numerose e antichissimeetnie che lo popolano.
In lotta dal 1949 contro il governocentrale di Rangoon, il popolo Karen continua a combattere nel suo piccoloangolo di paradiso non per soldi o potere, ma per difendere la propria cultura,la propria lingua, le proprie tradizioni e soprattutto la propria terra.
Acqua, idrocarburi, tek, pietrepreziose e oro, queste sarebbero le ricchezze del popolo Karen se non fosseroinvece depredate da militari, businessmen senza scrupoli e compagniemultinazionali. Nonostante le pessime condizioni di vita, le risorse esigue, lemalattie e le violenze subite i Karen non intendono arrendersi fino a quando illoro stato non verrà riconosciuto.
“La libertà non è un benegratuito” – sostiene il colonnello Nerdah Mya – “e solo attraverso ilsacrificio riusciremo ad ottenerla”.
Da queste parole si comincia adintuire lo spirito instancabile del colonnello dell’Esercito di LiberazioneNazionale (KNLA)e del vice presidente dell’Unione Nazionale Karen (KNU), David Thackarbaw,esponenti della delegazione che nei giorni scorsi è stata ricevuta ufficialmentein Farnesina dal Sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi.
Soddisfatti dell’attenzione edella partecipazione sincera delle istituzioni italiane, i due esponenti delpopolo Karen sono ansiosi di tornare nel proprio paese e dalle propriefamiglie, “visitate” dalle autorità thailandesi durante la loro assenza.
 “Fin dal 1949 il governo birmano ha cercato dicontrollare il nostro territorio e le nostre risorse naturali per sfruttarle inmodo indiscriminato. Inoltre, una delle attività più lucrose per i generali diRangoon, è la produzione e il traffico di stupefacenti, che noi Karencombattiamo da sempre”, dice il vice presidente Thackarbaw, “ma nonostante ledifficoltà noi non lasceremo mai la nostra terra senza protezione e siamopronti a combattere per la libertà, la dignità e l’indipendenza della nostragente”.
Non c’è astio né agitazione nelleloro parole, ma l’intenzione di farsi ascoltare e di far conoscere lecondizioni del proprio popolo, costretto a combattere una guerra silenziosa edimenticata da molti ma non dalle multinazionali.
Nello stato Karen infatti passa ungasdotto voluto non soltanto dalla giunta birmana, ma anche dalla compagniastatunitense Chevron e dalla francese Total. Più a nord, lungo il fiumeSalween, cinesi, birmani e thailandesi stanno per costruire una serie di digheche rappresentano la nuova minaccia per la sopravvivenza e per il territoriodei Karen. Queste dighe infattifaranno letteralmente scomparire le loro terre.
“Le risorse del nostro paese sonoben note negli uffici di aziende cinesi, indiane, statunitensi, francesi,tedesche ed inglesi che difficilmente possono ignorare le condizioni di vita incui versa il nostro popolo sia nella giungla che nei campi profughi”, continuail vice presidente del KNU, “100.000 Karen attualmente vivono nei campi profughiin territorio thailandese al quale siamo ovviamente grati, ma non si puòdimenticare che le condizioni di vita in un campo sono assai dure, soprattuttoper un popolo che chiede solo di poter vivere sulla propria terra secondo ipropri costumi. Sovrappopolamento, promiscuità, mancanza di lavoro, mancanza dilibertà di spostamento, abuso di alcol e negli ultimi anni anche di droga,tutte condizioni che tendono a distruggere la dignità di una persona”.
Ma nella giungla la situazione diventa ancora peggiore:“oltre confine, in territorio Karen, al momento ben 500.000 persone vivono lacondizione di “profughi interni” (internallydisplaced persons, secondo la terminologia ONU). Intere famiglie devonolasciare i loro villaggi e i loro campi per cercare rifugio nella giungla conla speranza di  sfuggire alle violenzedell’esercito birmano”.
 “Deportazioni diinteri villaggi, l’uso sistematico dello stupro come arma per terrorizzare eper distruggere i legami all’interno della comunità, le esecuzioni sommarie, letorture e l’utilizzo dei civili come schiavi e come scudi umani per aprirevarchi in possibili terreni minati, questo tipo di ingiustizie sono all’ordinedel giorno per noi, ormai da 60 anni” spiega il colonnello Nerdah Mya, “ma per unKaren allontanarsi dalla foresta o dalla giungla, significa rinunciare ad unaparte di sé. Da sempre la giungla rappresenta per noi un luogo in cui trovarerifugio e mezzi di sostentamento. Questa gente chiede quindi a noi di essereprotetta per non dover riparare in un paese straniero e per poter vivere senzadoversi sporcare con il traffico della droga. Per noi Karen la droga è infattila peggiore sciagura per il genere umano. La droga qui è una vera e propriaarma utilizzata per distruggere la resistenza di un popolo e per annientare ladignità della sua gente, è un’arma nelle mani del regime”.
Ai Karen che lottano nella giungla manca tutto,dall’assistenza medica garantita unicamente dalle “cliniche volanti” che leorganizzazioni amiche riescono ad organizzare, a cibo, medicine, vestiario eteli di plastica per costruire ripari facilmente trasportabili. “Nelle zone cheancora controlliamo”, continua il colonnello, “abbiamo creato villaggi agricoliper consentire alla popolazione di rendersi autosufficiente dal punto di vistaalimentare, ma raramente le famiglie possono fermarsi a lungo in un luogo acausa delle incursioni birmane.
Si contano almeno 30.000 Karen in costante movimento nellagiungla, in fuga nel proprio territorio”.
Pochi ancora sanno dei Karen e della loro guerra per lalibertà, ma chi li conosce sa che sono un popolo di piccoli grandi eroi,abituati a combattere per mantenere integri i propri ideali.
I loro portavoce, il colonnello Nerdah Mya e il vicepresidente Thackarbaw si preparano alla partenza, ma non prima di lasciarci ilsentore di un coraggio e di ideali a noi ormai così lontani; soddisfatti delleiniziative allo studio riprendono la via che li porterà di nuovo tra i pericolidella loro giungla che per loro è e sarà sempre una terra per cui morire.
(Gli Altri)


Chiara Mastrolilli de Angelis