Renata Rusca Zargar, il nuovo libro CHE TE NE FAI DI UN ' ALTRA FEMMINA? recensione di Maria Altomare Sardella

 

Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar


In occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è uscita la raccolta di racconti “Che te ne fai di un’altra femmina?” di Renata Rusca Zargar che riunisce storie di donne occidentali e orientali che amano e per quello subiscono violenza. L’autrice ha  persino immaginato un altro Pianeta dove, però, si perpetua questa stessa mentalità. La donna è un oggetto e come tale può essere distrutta.

Il racconto che dà il titolo al libro riguarda l’autrice stessa e sua figlia minore e ribadisce che non vale la pena di rischiare per salvare la vita di una bambina.

 

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MARIA ALTOMARE SARDELLA commenta

 “CHE TE NE FAI DI UN’ALTRA FEMMINA” 

di RENATA RUSCA ZARGAR 

Renata Rusca Zargar si avvale di una scrittura dal lessico elegante, snella nella sintassi e tratta argomenti decisamente impegnativi. Questa volta punta l’attenzione su com’è e cosa significa essere donna nel mondo e lo fa secondo il suo stile, a trecentosessanta gradi. Metà del genere umano, quello maschile – fatte le debite eccezioni, - considera l’altra metà, quella femminile, un bene di consumo che si può usare, sfruttare, imprigionare, vendere, abbandonare, picchiare, storpiare, uccidere a proprio piacere quasi noi donne non fossimo esseri umani ma qualcosa a metà strada fra le bestie e se stesso e con un occhio di riguardo più verso le bestie. Ogni racconto della raccolta, che ne contiene nove, lo dimostra. E, purtroppo, spesso, le diaboliche - il termine non è esagerato, in quanto consapevoli e quindi molto colpevoli, - aiutanti di tali misfatti sono le donne stesse, che non solo collaborano con i propri aguzzini, ma , a volte, arrivano a vendersi e svendersi per superficialità, abbagliate dal falso luccichio del lusso. Rusca Zargar sceglie di aprire la raccolta con un racconto dal titolo significativo, quello che poi dà il titolo generale: “Che te ne fai di un’altra femmina?” E’ l’inquietante domanda che la madre della protagonista le pone quando, incinta di una bambina, rischiando un aborto spontaneo, ella lotta disperatamente per salvarla. Padmani è invece la protagonista di una crudele usanza indiana, speriamo superata: dover essere bruciata viva insieme al cadavere del marito e persino col proprio consenso e naturalmente col consenso della proprie sorelle e della propria madre! Si potrebbe pensare a usanze ormai obsolete di culture lontane nel tempo, ma il fatto che molte donne vengano sistematicamente picchiate e vessate e stuprate dal proprio compagno di vita o marito nelle nostre modernissime case occidentali come lo classifichiamo? E quest’ultimo è l’argomento del racconto “Ricordati di me che son la Pia”, che rimanda al noto personaggio dantesco. Ma il racconto, che mi ha letteralmente agghiacciato, è l’ultimo “Solo una donna”: narra di un’involuzione nel futuro. Su un altro pianeta, dove la protagonista fugge con la propria madre per evitare una vita di molestie sessuali e botte, sperando in una vita migliore, ella diventa mera fattrice di una ‘razza superiore’ e, infine, bottino di chi la vuole. Mi vengono in mente alcune pratiche del nazismo e quanto sta succedendo oggi in Afghanistan.

                                   Maria Altomare Sardella