Paolo Melandri poemetto filosofico "Incontro col passato"

 
 
* tentativo brillantemente riuscito dell'autore, non solo di conciliare bensì di fondere mistica carmelitana e buddhismo schopenhaueriano. I perni dell'affabulazione poetica sono il concetto di Tempo e il "principium individuationis".
 

Incontro col passato

All’ora incerta prima del mattino,

quasi alla fine della notte lunga,

alla fine che sempre qui ricorre

all’infinito, fino a quella fine

che d’ogni fine resterà la fine,

quando la misteriosa, fiammeggiante

colomba come lingua di un incendio

era trascorsa sotto l’orizzonte

nel suo ritorno al nido dell’Altissimo,

mentre le foglie morte crepitavano

ancora e ancora con rumor metallico

sopra l’asfalto silenzioso all’alba

dove non altro suono era avvertibile

a quell’incrocio che a Faenza è detto

del Fontanone e che al lungo Stradone

mette fine, onde si levava il fumo

di polvere e da poco eran passati

gli operatori di Nettezza Urbana,

incontrai uno che mi camminava

innanzi, e camminava lento e in fretta,

come se il vento urbano dell’aurora

lo sospingesse là dov’io ero fermo

insieme e lui volasse, quasi, tanto

eran veloci e lievi i passi suoi.

E come fissai sul suo volto chino

l’esame acuto con cui noi affrontiamo

all’imbrunire un uomo al primo incontro,

io colsi all’improvviso il noto sguardo

di una persona da molt’anni morta,

che avevo conosciuto ed obliato,

o mezzo ricordato, e uno e molti;

e nelle cotte sue fattezze brune

occhi di spettro familiare, uno

intimamente di parti composito,

di mille parti di diversi spiriti

insieme fuse in unica figura.

Non identificabile pareva,

così con lui giocai la doppia parte:

alta levai la voce nel saluto

e udivo un’altra voce che gridava:

«Come? siete voi qui?» Benché non fossimo.

Io ero ancor lo stesso, conoscevo

me stesso, ed ero, eppure, qualcun altro –

ed egli volto senza forma ancora;

ma le nostre parole poi bastarono

al riconoscimento l’un dell’altro.

E così docili al vento comune

e l’uno e l’altro troppo estranei per non

intenderci, concordi in questo tempo

d’intersezione nel (non) incontrarci

in nessun luogo, non prima né poi,

sul lastricato andammo. Ed io gli dissi:

«La meraviglia mia m’è naturale,

ma la naturalezza è meraviglia.

Perciò parla: potrei non ricordare».

Ed egli: «Ora m’è in uggia il mio pensiero

e non bramo ridire quel che dissi

e la teoria che hai dimenticato.

Queste cose servirono a uno scopo:

dimentica, e così fa’ delle tue

e prega che ci siano perdonate

dagli altri, come in cielo e così in terra,

com’io ti prego di dimenticare

il male e il bene che ti ho fatto. Il frutto

dell’ultima stagione è mangiucchiato

da bestia sazia, senza più appetito:

veniamo in uggia anche a chi ci ha amato

e alla fine il padrone darà un calcio

al secchio vuoto. Perché le parole

dell’anno ch’è trascorso hanno il linguaggio

dell’anno ch’è passato e le parole

dell’anno che verrà, dell’anno prossimo

attendono altra voce. Ma, e qui attendi,

poiché ora il passo non presenta ostacoli

allo spirito inquieto e peregrino

tra due mondi venuti assai vicini

l’uno all’altro, così trovo parole

che mai pensai che un giorno t’avrei dette

per strade che non avrei più immaginato

di tornare a vedere, quando il corpo

lasciai nel mondo per la cremazione.

Poiché noi di parole ci occupammo

e ci sforzammo di purificare

la lingua avuta in dono e rivolgemmo

la nostra mente a esatte deduzioni,

lascia ch’io ti racconti i grandi doni

serbati alla vecchiaia, quando giunga,

per mettere corona ai duri sforzi

della tua vita. Primo, quel contatto

così freddo dei sensi moribondi

senza incanto, che non offre promessa

se non l’amaro vuoto di sapore

di frutti d’ombra e di foschìa perenne

quando l’anima e il corpo ormai cominciano

a separarsi e meno interagiscono.

Secondo, la conscia impotenza d’ira

per l’umana follia, lacerazione

di risa per ciò che non ci diverte.

Ed ultimo, la pena lacerante

di passare in rassegna ciò che hai fatto,

sei stato; una vergogna dei motivi

svelati così tardi, una coscienza

di cose fatte male e a danno d’altri

che una volta prendevi per virtù.

E poi, l’approvazione degli stòlidi

ferisce, ed ogni onore è fatto onta.

D’errore in errore l’esasperato

tuo spirito procede verso il buio,

se non lo emenda il fuoco che ci affina,

dove ti devi muovere in cadenza

siccome il danzatore sulla sabbia».

Stava sorgendo il giorno. Nella strada

sformata ei mi lasciò, con un commiato

di sguardi e al suon del corno egli scomparve.

Paolo Melandri

28 giugno 2012