Paolo Melandri "La cantata 'en burlesque' di Bach



La Cantata en burlesque di Bach

A mia madre


Analizziamo quella che per noi è l’ultima delle Cantate profane di Bach, la Cantata en burlesque come la intitolò il librettista Picander nel quinto volume delle sue poesie, stampato nel 1751.

Picander dovette avere una parte decisiva nell’indurre Bach a scrivere quest’opera, così riaprendo un capitolo che forse, nelle sue intenzioni, era chiuso. Il personaggio in onore del quale questa vasta e originale opera fu scritta (non sappiamo se fosse il committente, o se si trattasse di un omaggio a Picander), il Cammerherr Carl Heinrich von Dieskau, commissario regio all’esazione delle imposte, era infatti il superiore burocratico del librettista che era passato dall’amministrazione postale a quella delle imposte sulle bevande.

Il «nuovo superiore» aveva da poco ereditato la tenuta agricola di Klein-Zschocher, che allora era subito fuori le porte di Lipsia e dal secolo scorso fu incorporata nell’area urbana. L’atto di omaggio dei contadini al nuovo signore fu festeggiato il 30 agosto 1742, giorno del suo compleanno. «Come sarebbe più povera la nostra conoscenza di Bach, se non avessimo questo pezzo delizioso», scrisse Friedrich Blume, sottolineandone la posizione «altrettanto isolata nella sua opera, quanto è il Dorfmusikanten-Sextett in quella di Mozart». Il paragone è efficace, ma non del tutto fedele, perché nell’operetta di Bach non vi è neppure una stilla del veleno sarcastico che scorre abbondante nella composizione mozartiana.

La raffigurazione dei contadinelli e delle loro ragazze alle prese con arie e recitativi curiali, la tenera nostalgia di una impossibile semplicità sono espressione della finzione, tutta settecentesca, di un bon naturel intravisto e bastante a se stesso: essa resta illusoria e come sul punto di svanire.

La “semplificazione” dello stile, la riduzione delle pretese contrappuntistiche a una omofonia appena velata, l’abbondanza delle danze predilette dalla moda più recente, Bourée, Mazurka e Polacca, di cui la Sinfonia, con la mutevolezza dei suoi ritmi e «affetti», di continuo alternati e spezzati, come in un intermezzo orchestrale di un’opera di Hasse, fornisce insieme un inventario e una sintesi: la presenza di melodie popolari o popolaresche, la scrittura umoristica, il limitato numero degli esecutori, l’idioma musicale orecchiabile e «naturel», tutti questi caratteri indicano che Bach ha colto nell’opera l’occasione per dimostrare, a cinquantasette anni, la capacità di aggiornamento del suo stile, sol che avesse voluto piegarlo ai gusti della nuova generazione.

L’elogio dell’amore contenuto nell’aria del soprano all’altezza del n° 4 della Partitura a tal punto si sporge nella Stimmung della nuova età illuministica, che vi si colgono, senza fastidiose forzature anticipatrici, il timbro e il taglio melodico “semplice” e “sentimentale” di tanti altri fanciulli a venire fino ai Papageno e Papagena del Finale del Flauto Magico.

L’avvicinamento della Cantata en burlesque al mondo dominato dall’estetica “galante” della naturalezza e semplicità (Picander rende addirittura omaggio all’aggettivo, divenuto insegna del gusto e della morale: Das ist galant, esordisce una delle due arie del soprano) segna in Bach un omaggio stilistico alla moda: uno sconfinamento risoluto e visibile, tuttavia seguìto da un’immediata ritirata nel territorio di partenza.

Con quella semplicità di linguaggio e di mezzi (violini, viole, contrabbasso per il continuo, più isolati interventi del flauto traverso e del corno) l’uscita dal vecchio mondo della Cantata curiale, sacra o aulica, tuttavia sempre «seria», del Sublime Barocco, è totale. L’opera è un unicum germogliato in una terra di nessuno che sta oltre il terreno coltivato per tanti anni alternando simili musiche, rimbalzanti dalla chiesa al concerto, entro un’identica matrice estetica e stilistica.

Appena oltre la siepe, c’è in attesa lusinghiera e pronto all’applauso il facile mondo dell’incipiente «Sensibilità»; ma Bach, dopo la breve passeggiata, se ne ritae perché il «semplice» non lo seduce e il «naturale», come sempre ottenuto a spese della polifonia, non lo attira.



Paolo Melandri / 15 gennaio 2012