Paolo Giardini TIRANNIA DELLA MAGGIORANZA(E DELL’ESIGUA MINORANZA AL POTERE) Ferrara Blade Runner

FERRARA BLADE RUNNER



Fu, forse, James Madison il primo a parlarne, uno dei fondatori della nazione americana e coautori della Costituzione degli Stati Uniti, sicuro che la tirannide imposta dal 51% della popolazione minacciasse la democrazia come la tirannide della monarchia inglese contro la quale aveva combattuto. Anni dopo l’argomento fu ripreso da Tocqueville. Anche lui dubitava che accordare il potere sulla base di una percentuale fosse congruente con la democrazia, e nel saggio “La democrazia in America” (pubblicato ancor oggi) contestò l’ideale della maggioranza inteso come fonte di democrazia. Da allora il problema è rimasto fra i lavori delle scienze politiche. Sono scesi in campo anche i matematici, dimostrando che a parità di motivazioni e preferenze gli elettori produrrebbero risultati variabili a seconda dei diversi sistemi elettorali adottati. Quindi è provato: maggioranze basate sul 51% non garantiscono neppure ai propri elettori che le scelte corrispondano alle preferenze, e che gli elettori “vincenti” sono penalizzati dalla tirannia da loro stessi consentita. Ma se l’irrisolto problema generale è da specialisti, che dire quando in concreto, come nella nostra regione, la tirannide esercitata su singoli casi mai sottoposti a giudizio popolare è imposta non tanto dalla maggioranza del 51%, ma solo da quello 0,02% che rappresenterebbe per delega il 51%? Qualcuno scommetterebbe un centesimo sulla possibilità che il contesto democratico sia reale? Non ci crede neppure chi è compreso nello 0,02%, facendo parte di una gerarchia piramidale dove chi sta sopra (finché riesce a star sopra: tutto qui ciò che resta del simulacro della democrazia) ha poteri su quelli sotto! Qualsiasi libero cittadino, accettando la regola del 51% come la migliore possibile, non è tenuto ad aver fede nelle conseguenze, anche quando lo 0,02% pretende siano indiscutibili per dogmatismo democratico.

La vicenda dell’ospedale di Cona è paradigmatica del problema: nel contesto nazionale dove la sanità naviga in un mare di debiti, lo 0,01% dello 0,02% un giorno decide di fruire della disponibilità di fondi pubblici per dotare la città di un altro ospedale. Inizia così una tragicomica epopea ultraventennale zeppa di disastri, scriteriate improvvisazioni per strani progetti, nefandezze esecutive, catastrofi contabili, comprendendo strategie sanitarie ribaltate e ipotecando il futuro urbanistico della città: una cosina da niente! E’ lo 0,02% che a un certo punto decide tutto, dimostrando notevoli attitudini al sabotaggio su larga scala. Ma ottenendo regolari conferme elettorali è certo che le disgrazie racchiuse nella neutra dicitura “ospedale di Cona” siano frutto di democrazia e la sua tirannia sia felicemente rappresentativa della volontà popolare. Però i danni a distanza ravvicinata risultano sempre danni, ecco allora che lo 0,02% fa ammettere ai proconsoli che ci sono stati errori (fatalità!), ma ciò che è fatto è fatto e non ci sono soldi per cambiare le cose, quindi è inutile discutere su un problema irrisolvibile! Mancano i soldi? Che novità! Salvo quelli iniziali, non ci sono mai stati nella storia dipanatasi a Cona: la sanità pubblica poggia sul debito pubblico. La questione economica ha costituito per Cona un problema convenzionale da aggirare come al solito e ora è una barriera tout court. Il bello è che anche alcuni benpensanti non facenti parte dello 0,02% sembrano attratti più dal solido scoglio economico che dall’insidia di una consultazione popolare che sancisca come è inteso il problema da parte del 51%. L’ultimo in ordine di tempo è il dottor F. Levato, capogruppo PDL, teoricamente all’opposizione, che considera non praticabile quanto proposto nel referendum indetto da PpF. Perché mancano i soldi, perché il S. Anna è stato in parte venduto. Ma guarda! Un pezzo di carta chiamato atto di vendita non può più essere sostituito da un atto di vendita contrario, mentre la cosa venduta sta funzionando come ha sempre fatto? Dottor Levato, le sue considerazioni riguardano solo in minima parte la questione, perché teme il rischio di conoscere una volta tanto il parere dei suoi concittadini su un tutt’altro che irrilevante aspetto del futuro della città?

 

Paolo Giardini