IL TURISMO SECONDO CONSEQUENZE

hawking.jpg( * Nell'autunno 2007, Ferrara  (Sala Boldini) ospitò il primo Convgeno Nazionale dell'Associazione Culturale Consequenze di Roma (diretta dallo scrittore e intellettuale Stefano Pierpaoli ). Consequenze è stata recentemente ospitata a Torino. Da cui il seguente intervento sul Turismo da sguardi particolari e originali.)

Relazione al Convegno sul Turismo accessibile Torino, 3 dicembre 2008 (Bozza)

La questione dell'accessibilità ad una qualsiasi forma di partecipazione al sociale, implica problematiche culturali ed economiche di cui il turismo è parte integrante.

L’argomento centrale di questo incontro ci offre una serie di spunti significativi e perfino risolutivi che ci consentono di approfondire temi cruciali nell’ambito della disabilità e non solo e di avanzare proposte concrete che possono riguardare la totalità dei cittadini.

io non entrerò nel merito delle questioni più specifiche come possono fare personalità autorevoli presenti a questo appuntamento. Cercherò di offrire un’inquadratura che permetta una visione particolare di certi presupposti, utilizzati convenzionalmente per descrivere o affrontare l’esperienza del limite, anche come confine vincolante per un potere contrattuale sociale ristretto, a causa del quale si generano distorsioni e disequilibri.

  • Sulla base di questa limitazione contrattuale si è prodotta spesso in passato, una sorta di accettazione passiva di una condizione sotto forma di rassegnazione ed emarginazione, una specie di resa incondizionata indotta da forme di comunicazione e modelli culturali imposti.
  • Allo stesso tempo, una certa politica, ha ritenuto un campo più fertile di adesione e consenso, quello offerto da un aggregato sociale depotenziato e quindi di più facile richiamo. Tuttavia dobbiamo rilevare con amarezza che questa stessa politica arretra fortemente sulla difesa dei diritti civili.

Si tratta di due aspetti importanti perché rappresentativi in due sfere diverse: quella della società civile e quella della classe dirigente.

Nello stesso tempo viviamo un tempo di profondo deficit di civiltà, determinatosi soprattutto all’indomani della caduta di un sistema di valori sui quali bene o male avevamo costruito la nostra storia. Mi riferisco soprattutto all’incapacità o all’impossibilità di identificarci in quanto donne e uomini che fanno tutti parte di una società coesa, capace di integrare e non incline all’esclusione, che sono tutti parte di una collettività in cui ci si riconosce e in cui ci si viene incontro.


Questa grande comunità umana, per come si presenta oggi – disgregata, insicura, depotenziata – è al tempo stesso una società con grandi opportunità di collegamento, di spostamento e di incontro.

il turismo può e deve ricoprire un ruolo decisivo in questo quadro, poiché si tratta senza alcun dubbio di una chiave insostituibile di integrazione, di conoscenza, di piacere e di scambio.

Viaggiare,  spostarsi, cambiare aria, visitare sono occasioni per mescolarsi agli altri, per incontrare identità inconsuete, realtà spesso sconosciute e per confrontare la propria diversità/unicità con quella degli altri.

Negare un normale accesso al turismo significa negare alle persone una parte importante dell’esperienza, perché il turismo è senz’altro un motivo di svago, ma è anche una enorme occasione di esperienza e di conoscenza nel senso più ampio.

Il “Tour” nasce come percorso di crescita e di formazione. Con il diffondersi del consumo di massa è stato ridotto a occasione di consumo tout court: i turisti si sono trasformati, con il tempo, da soggetti attivi a soggetti passivi. Desideri e comportamenti vengono massificati per venire meglio incontro all'offerta di beni e servizi di consumo. Il “tour operating” è un’attività sviluppatasi particolarmente in questi ultimi anni, in cui si mette in vetrina un prodotto ben definito e a portata di mano. Dal punto di vista del commerciante è molto corretto.


L'accessibilità turistica deve essere letta come diritto alla conoscenza, all’accrescimento culturale e non può certo ridursi al messaggio spicciolo di “un tanto al chilo”. Disabilitare un individuo verso questa opportunità vuol dire privarlo di strumenti conoscitivi, di comprensione della propria e di altre realtà. Vuol dire limitarne la capacità di interpretare contesti e codici culturali diversi da quelli in cui si vive abitualmente, riducendo il viaggio e la vacanza ad una mera ripetizione di gesti e abitudini: la vacanza non è più esperienza ma esclusivamente merce.

Viene un po’ da pensare a una certa politica edilizia degli anni ’60, in cui si creavano enormi quartieri dormitorio privi di servizi e si producevano in tal modo ampi aggregati sociali discriminati e distanti dalla maggior parte delle dinamiche di sviluppo in atto presso i luoghi e le dimensioni “centrali”. le dimensioni abili, privilegiate.

Disagio, esclusione, devianza, disinformazione: limiti per una socialità sana ed evidenti forme di disabilitazione verso il conseguimento di una comunità di uguali (in senso strettamente democratico).

La necessità, l’urgenza di renderli consumatori e utenti ha poi generato una serie di goffi e tardivi tentativi di “riammissione” in quella che potremmo definire la società dei migliori (ammesso che lo sia). Una riammissione che solo raramente è coincisa con un’autentica integrazione. Sono diventati utenti, elettori, appunto consumatori: numeri.

Nel frattempo le diverse forme di disabilità (fisiche, culturali o economiche) hanno portato ampie fasce di popolazione sempre più all’esterno di questa ipotetica trasformazione positiva. E in questo caso non mi riferisco agli abitanti delle borgate, delle periferie degradate, degli alloggi dormitorio ad architettura carceraria. Mi vengono in mente le figure che appartengono tanto al centro quanto alla periferia: teledipendenti al posto di telespettatori consapevoli e informati, tifosi sempre più violenti e volgari invece di sportivi appassionati. Per citare il mio settore artistico e professionale, registi e attori mediocri che hanno sostituito grandi figure artistiche che hanno fatto scuola nel mondo e “fastidiosi” disabili nell’epoca del culto del corpo (plastiche, trapianti di capelli).

Ecco come ci rendiamo conto che il problema dell’accesso riguarda alla fine tutti noi o almeno la stragrande maggioranza degli individui e come attraverso un approccio meno discriminante, meno cioè legato a una sola e specifica condizione, il che può diventare addirittura offensivo, la proposta o le proposte possono diventare più concrete e assumere una forza infinitamente maggiore.

Ecco che ci rendiamo conto di quanto sia importante considerare con attenzione il contesto più generale all’interno del quale poi noi andiamo a toccare alcuni punti di civiltà, di convivenza e di Diritto.


Senza ipocrisie tutti noi sappiamo che esistono personaggi che potremmo definire “alta categoria”, poi cittadini di serie A, di serie B, C, D. A me non piace il Paese in cui si decide che qualcuno, per una qualsiasi ragione, faccia parte di un’ipotetica serie D e che gli si vada a prospettare la possibilità di salire in serie C. E’ quello che purtroppo molto spesso accade dalle nostre parti. Però nella nostra Costituzione non c’è scritto questo ed è invece sancito che siamo tutti cittadini di serie A.

In questo senso occorre ampliare l’analisi sulla sola disabilità fisica e sulle dinamiche ad essa collegate. Per lo meno nell’approccio al problema. Rischieremmo di fare retorica, moralismo. Ripeteremmo schemi già utilizzati che si sono rivelati scarsamente incisivi. Parteciperemmo, magari anche inconsapevolmente, al gioco del consenso o a quello del consumo.

Le difficoltà di accesso, al turismo come alla fruizione culturale, al consumo più convenzionale come alla partecipazione democratica, è problema che riguarda tutti e va affrontato in termini sociali economici e culturali, nell’accezione più ampia possibile di questi termini.

Una grande riflessione su un’evoluzione che deve essere soprattutto culturale, non può sottrarsi alla responsabilità di entrare con vigore e coraggio nella sostanza della grande questione di questo tempo: il concetto di disabilitazione sociale, di intorpidimento delle coscienze, di esclusione dal governo delle cose che ci riguardano e che ci stanno a cuore.

Non ho paura di affermare che in una società che insegue la rappresentazione invece della rappresentanza democratica (da una parte e dall’altra), siamo tutti disabili e al tempo stesso che se non risolveremo la disabilitazione in ogni sua forma diventa addirittura dannoso esaminare sola una parte di questo drammatico fenomeno.

Quando si parla di categorie svantaggiate il “divide et impera” è prassi diabolica che finisce spesso col diventare tristemente vantaggiosa per alcuni.

La responsabilità comincia da noi. Siamo tanti: disabili, sfrattati, disoccupati, studenti, poveri e tanti altri altre categorie professionali e culturali e artistiche che manifestano il loro malessere. Quindi parliamo di una grande schiera di donne e uomini che testimoniano a vario titolo e in modi diversi ansia, sofferenza, inquietudine. Non serve un’analisi troppo approfondita per rendersi conto che il 90% dei problemi che portano al grande conflitto sociale che è in atto, appartengono a tutti e sono più o meno gli stessi, e che se non risolveremo i problemi di tutti non risolveremo nessun problema. Ovviamente in collaborazione con una politica trasparente, efficace, onesta, presente e non legata agli interessi di parte ma che si ponga una volta per tutte al servizio della collettività, nel segno della Costituzione.

Evidentemente il disabile fisico risulta essere categoria spesso più discriminata per le problematiche che porta con sé. Ma se noi riducessimo la difficoltà di accesso a luoghi e ad ambienti al solo aspetto della disabilità già produrremmo una sorta di allontanamento da quel contesto generale di cui invece tutti, nella propria specifica condizione, vogliamo e dobbiamo far parte. Un disabile miliardario probabilmente non ha problemi a viaggiare o ad andare in vacanza. Il disabile povero, ma anche il povero e basta, in vacanza non può andarci. Quanti cittadini coinvolgiamo in un’analisi più ampia e sincera? Quanti più individui entreranno in una grande battaglia sociale? Quanti più problemi risolveremo per giungere a quella società dell’agevole accesso a cui abbiamo diritto?


Per questo mi sento di rivolgere una domanda che al tempo stesso è impostazione programmatica: cominciamo dal disabile, dal turismo, o dall’individuo? Partiamo dalla condizione particolare, dal bisogno o esaminiamo i punti deboli e modificabili della società nel suo insieme e lavoriamo tutti quanti da protagonisti, uniti, solidali, consapevoli, in una comunità che agisce e funziona?

Se continueremo a separare, settorializzare, a occuparci dell’orticello piuttosto che della piantagione, con grande probabilità ripeteremo gli errori fatti negli ultimi decenni in particolare proprio su queste questioni. Troppa conflittualità, troppi interessi di parte, troppa competizione. Troppo individualismo e troppo disimpegno.

L’accessibilità al turismo per una persona disabile comporta esigenze logistiche, comportamentali, tecniche e tecnologiche necessariamente peculiari, ma sono più che mai convinto, e me ne assumo la responsabilità, che tralasciare tutti gli aspetti che possono e devono riguardare tutti, ridurrebbe il significato di quello che stiamo facendo oggi, che mi auguro sia un punto di partenza nuovo e innovativo. Non fermiamoci sulla categoria perché rischieremmo di uscire ancora più da questo tempo, che già tende ad escludere grosse fette di popolazione attraverso forme di comunicazione assai contrastanti e spesso bizzarre.

Con la politica sarebbe bene recuperare quel sano rapporto di cooperazione autentica in entrambe le direzioni, cittadino-palazzo e viceversa, in cui la funzione della politica è quella di legiferare e amministrare nell’interesse comune. Mi riferisco alle soluzioni del quotidiano che possono essere affrontate nelle gestione ordinaria e che per incuria e incompetenza spesso diventano emergenze. Affidare alla politica la responsabilità dei grandi disegni ideali è ormai una forma di superstizione. La forte tendenza da parte dei cittadini a delegare, ha privato la società civile di iniziativa, talento, indipendenza. Una delle più grandi caratteristiche italiane era proprio legata a questi fattori, grazie ai quali abbiamo riconquistato libertà, benessere e dignità dopo decenni di dittatura, di guerra, di fame.

Il fare bene partendo dal basso deve essere la regola su cui fondare un grande patto sociale e civile per dare vita a una nuova stagione. A una stagione che risulta ormai essere improrogabile.


Abbattiamo una volta per tutte il dramma delle distanze e delle vere barriere che ci separano dal rispetto dei nostri diritti. Questo grande patto di civiltà deve però essere sempre affrontato nel contesto storico e sociale in cui operiamo, individualmente o collettivamente. Ogni categoria svantaggiata ed esclusa deve migliorare, proporre e costruire in una cooperazione stretta e solidale, per non cadere nell’evidente contraddizione sociale del riferimento limitato e quindi lesivo per l’iniziativa stessa.

Se è vero come è vero che viviamo un periodo di generale malessere, è altrettanto vero che stanno sorgendo fermenti positivi da numerosi settori della società civile e che oggi più che mai è possibile mettere in atto processi concreti e benefici che possano coinvolgere tutti.

L’avventura umana deve essere condivisa in una socialità che funziona.

Muoversi per le strade di un borgo antico, visitare un museo, esplorare luoghi lontani o entrare in un ristorante anche nella nostra stessa città è, se ci pensiamo bene, il frutto ed è anche l’inizio di una mano che ne afferra un’altra, di uno sguardo che incrocia un altro sguardo, di due o più creature che si incontrano e che si riconoscono in quanto appartenenti alla stessa comunità. Poveri, ricchi, disabili, neri, bianchi, alti, bassi. Questo siamo: Razza Umana, E solo in un contesto di cooperazione e vicinanza, di riconoscimento reciproco e di onestà per obiettivi comuni, conquisteremo un’imperdibile opportunità per dar vita a un tempo davvero straordinario.

 

STEFANO PIERPAOLI

Dicembre 2008

www.consequenze.org

http://beyond-human.blogspot.com/2008/06/la-mano-bionica-vince-il-premio-come.html